Un “Manifesto del Paesaggio” come eredità di IFLA 2016

di Fabio Bianchini

Lo scorso aprile, si è tenuto a Torino il 53° Congresso Mondiale dell’International Federation of Landscape Architects, organizzato dall’Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio (AIAPP), il più importante appuntamento internazionale dedicato al tema, destinato ad alimentare il dibattito sulla centralità del paesaggio nello sviluppo del Paese.
Ai 3 giorni di lavori hanno preso parte oltre 1.000 paesaggisti da provenienti da tutto il mondo, sulla base della consapevolezza che il paesaggio rappresenta uno scrigno comune.
Il tema scelto per il congresso di Torino, Tasting the Landscape (Nutrirsi di paesaggio), inteso come assaporare, gustare, provare, rimanda alla dimensione sensibile dei luoghi, invitando a non dimenticare gli aspetti emozionali e percettivi del paesaggio. Il titolo pone quindi l’accento sul progetto di paesaggio come strumento di produzione di qualità, di benessere, di risorse, di beni comuni e sul ruolo centrale del paesaggista nei processi di qualificazione e rigenerazione di luoghi e territori.
Il Congresso ha prodotto una riflessione sul paesaggio di confine, sulle aree di cambiamento e trasformazione dei luoghi e delle civiltà che li popolano, in particolare sullo spazio peri-urbano, luogo tra città e campagna in cui si gioca buona parte della sfida di sostenibilità per le città del terzo millennio e dove l’intervento dell’uomo ha generato grandi alterazioni del paesaggio.
Ma l’attenzione è andata anche ai professionisti del paesaggio e al loro ruolo chiave nei processi di qualificazione e rigenerazione dei territori, a partire dall’assunto che il paesaggio deve essere anche uno strumento di produzione di qualità, di benessere, di risorse, di beni comuni.
Il Congresso si è articolato in quattro aree di lavoro: Connected Landscapes (generare nuove economie attraverso il cambiamento di luoghi e territori); Sharing Landscapes (produzione di risorse alimentari in ambito urbano e peri-urbano); Layered Landscapes (paesaggi stratificati, della storia remota e anche recente che possono diventare luoghi per sperimentare strategie e pratiche innovative di cura); Inspiring Landscapes (costruzione di immaginari collettivi e alla tutela attiva di patrimoni poetici e culturali condivisi).
Nella tre-giorni torinese è stato anche assegnato il premio Sir Geoffrey Jellicoe, conferito ogni anno a un architetto del paesaggio vivente i cui lavori abbiano avuto un impatto decisivo sul benessere della società e dell’ambiente, al tedesco Peter Latz, autore tra l’altro del Parco Dora di Torino.

Se il congresso ha sottolineato la continua crescita di sensibilità sui temi del progetto del paesaggio, la sua eredità più concreta è rappresentata dal Manifesto del progetto di paesaggio per uno sviluppo equo e sostenibile, che rappresenta una vera e propria chiamata per tutta la filiera del verde e non solo, con parole d’ordine come fare sistema, divulgare il paesaggio e diffonderne la conoscenza e la cultura.
Il Manifesto intende infatti il paesaggio come bene da tutelare e accompagnare nelle sue fasi di trasformazione, per aumentarne la fruibilità e farlo diventare, a tutti gli effetti, un patrimonio condiviso.
Il documento è aperto a chiunque voglia sottoscriverlo, non solo ai professionisti del paesaggio ma anche agli operatori della filiera del verde e a tutti coloro che desidereranno appoggiare il progetto.
Il “Manifesto del progetto di paesaggio per uno sviluppo equo e sostenibile” definisce il paesaggio come un sistema dinamico, complesso, che si modifica nel tempo in risposta ai processi naturali e umani, con fondamentali valenze sociali e culturali, con relazioni strette con lo sviluppo economico, l’utilizzo e il mantenimento delle risorse naturali, la giustizia sociale, le culture e le identità collettive.
Nel Manifesto vengono ritenuti imprescindibili i seguenti 5 punti, a supporto di uno sviluppo equo e sostenibile del pianeta:

  1. Centralità del progetto di paesaggio, strumento fondamentale per garantire la qualità e l’evoluzione equa e condivisa dei paesaggi e orientare tutte le trasformazioni a ogni scala, garantendo la più alta qualità diffusa dei paesaggi e la loro sostenibilità nel futuro, a beneficio delle popolazioni.
  2. Diffondere la cultura delle trasformazioni possibili. Riconoscere i valori paesaggistici, contribuisce a orientare le politiche dei Paesi per regolare, nel tempo, la qualità delle trasformazioni possibili e la conservazione, l’evoluzione e il rinnovo dei paesaggi.
  3. Formazione. Per un’efficace politica di paesaggio sono necessarie figure professionali con una specifica formazione, per la quale si auspica la promozione di specifiche politiche a tutti i livelli in ogni Paese.
  4. Professione. La figura specifica dell’architetto del paesaggio è fondamentale per attuare le politiche in materia di paesaggio di ogni Paese e, nello specifico, per la progettazione, realizzazione, pianificazione, gestione e conservazione di ogni paesaggio, naturale, storico, antropico, a tutte le differenti scale.
  5. Attuare la Convenzione Europea del Paesaggio, documento lungimirante sull’importanza del paesaggio e sulle sue fondamentali implicazioni per il miglioramento della qualità della vita del- le popolazioni.

 

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