Riaprire i navigli

di Fabio Bianchini

Lo Studio di fattibilità per la riapertura dei navigli milanesi

Si è svolto mercoledì 10 giugno a Palazzo Reale di Milano, l’evento di presentazione delle conclusioni dello Studio di fattibilità per la riapertura dei navigli milanesi, affidato nel 2013 dall’Amministrazione comunale a un gruppo di lavoro interdisciplinare coordinato da Antonello Boatti del Politecnico di Milano.
Dopo l’esito plebiscitario del referendum del giugno 2011, il tema della riapertura dei navigli è giunto alla ribalta del dibattito cittadino, rendendo necessari la verifica della fattibilità tecnica ed economica di questa grande svolta urbanistica per Milano.
Al quesito referendario “Volete voi che il Comune di Milano provveda alla risistemazione della Darsena quale porto della città ed area ecologica e proceda gradualmente alla riattivazione idraulica e paesaggistica del sistema dei navigli milanesi sulla base di uno specifico percorso progettuale di fattibilità?” hanno risposto “sì” 489.727 cittadini, pari al 49,09% dei milanesi e al 94,32% dei votanti.
Si trattava di un quesito isolato rispetto alle sue implicazioni economiche, privo di un’analisi costi/benefici che avrebbe dovuto confrontarsi inevitabilmente con tutta una serie di interventi pubblici e di servizi che vantano indubbiamente maggiore priorità.
Nel 2012 la proposta è stata inserita per la prima volta in un documento ufficiale di pianificazione del territorio del Comune di Milano, che nel PGT parla esplicitamente di “promuovere azioni diffuse volte a restituire valore e assicurare riconoscibilità alla Cerchia interna dei Navigli … mediante una progettualità attenta, in grado di verificare sia l’aspetto paesaggistico, sia la fattibilità tecnica ed economico – finanziaria relativa alla loro riapertura, pur graduale e/o parziale, sulla base di un articolato percorso progettuale di fattibilità” (PGT. Sommario dei principali contenuti – Aree di valorizzazione ambientale – PdR art 18).
Più recentemente, l’occasione per ridiscuterne è stata la presentazione del volume Riaprire i navigli! Per una nuova Milano. Visione, strategie, criteri, tenutasi all’Urban Center di Milano il 23 febbraio, nel quale l’associazione Riaprire i navigli delinea le ragioni fondamentali e l’importanza strategica del progetto di riapertura dei navigli, confermando la fattibilità dell’intervento sul piano architettonico, ingegneristico, idraulico e trasportistico.

Lo Studio di fattibilità per la riapertura dei navigli rappresenta indubbiamente una sfida ambiziosa per una città che vuol cambiare nel segno della vivibilità e della sostenibilità e in particolare per Milano, che ha fondato la sua storia e il suo sviluppo nei secoli sull’essere città d’acqua.
Lo studio si articola nei seguenti settori:

  • ipotesi di fattibilità architettonico/urbanistica del manufatto con studio del tracciato e del suo funzionamento;
  • ipotesi di fattibilità viabilistica e trasportistica con studi progettuali innovativi/modificativi dello stato di fatto;
  • ipotesi di fattibilità geologica, idrogeologica e idraulica in relazione alla sostenibilità dell’alimentazione idrica essenziale al funzionamento del manufatto, al regime dei flussi idraulici e alla possibilità di riattivazione della navigazione con il superamento dei nodi idraulici presenti lungo il tracciato;
  • ipotesi di fattibilità economica dell’intervento con valutazione costi/benefici;
  • ipotesi di fattibilità, per fasi e progetti, al fine di collaborare nella fase di informazione e partecipazione nella città.

Lo studio di fattibilità è un risultato indubbiamente importante, soprattutto perché ha affrontato molti problemi tecnici, ma non può essere considerato conclusivo, né della strategia, né dell’impianto paesistico.
Rispetto ai temi di scenario e contesto, come sottolineato dagli interventi su Arcipelago Milano di Luca Beltrami Gadola, Fabrizio Bottini, Michele Monte e altri, è evidente che le ripercussioni sullo spazio urbano avranno un impatto tale da necessitare di essere relazionate a un disegno e a una strategia non solo urbana, ma anche metropolitana, senza che il ruolo dei navigli venga «banalizzato a mero aspetto di “scenografia urbana” con la conseguente di ri-semantizzazione a supporto di funzioni “di consumo”, rappresenta uno scivolamento preoccupante rispetto al modo in cui la cultura contemporanea approccia il tema della città e del paesaggio storico» (Michele Monte, Arcipelago Milano, 1/7/2015).
Maggiore attenzione meriterebbe il processo di cantierizzazione, tema quanto mai critico per chi si trova a operare nel cuore di un sistema urbano denso e complesso, con uno scavo a cielo aperto che occupa la sede di alcune importanti linee di traffico, con enormi impatti su servizi, attività economiche e altre funzioni di rilievo.
Per quanto riguarda, invece, la viabilità, secondo lo Studio di fattibilità eliminare la funzione di circonvallazione della cerchia significherebbe aumentare l’accessibilità con i mezzi pubblici (M4 in particolare), ma anche ciclabile e pedonale, conferendo al centro una qualità ambientale di alto livello, che occorrerà meglio verificare in fase di cantiere in relazione al gran numero di raccordi per l’abitato, passi carrai, attraversamenti pedonali da realizzare sopra gli scavi, ma anche in fase “di esercizio” del sistema dei navigli.
In tema di navigabilità, l’obiettivo non sarebbe certo il trasporto merci, quanto la navigazione da diporto e l’uso turistico delle alzaie, con la darsena che tornerebbe a essere il porto di Milano e non solo un bacino ornamentale.
Tuttavia, considerando il sistema dei navigli nel suo complesso, la riapertura della fossa interna non sarebbe sufficiente a rendere percorribile tutti i 150 km, necessitando di una serie di interventi per risolvere le criticità presenti come la riattivazione del naviglio di Paderno, l’eliminazione dei ponti a raso e il ripristino delle conche non più funzionanti.
La navigazione sui navigli è un esercizio molto costoso, anche in relazione ai costi di gestione delle conche e necessiterebbe indubbiamente di maggiori approfondimenti in merito a modalità, itinerari e gestione, ma anche rispetto a soluzioni come il passaggio di imbarcazioni in tunnel di 300 m con luce di 1,90 m.
Lo Studio di fattibilità valuta in circa 240 milioni di Euro il costo delle opere, aggiungendovi oltre 160 milioni per spese tecniche, iva e oneri per la gestione del traffico, fino ad arrivare a un costo complessivo di oltre 400 milioni, che a secondo delle modalità di attuazione delle opere potrebbe essere molto ridotto.
Il vantaggio economico che la città potrebbe ricavare viene, invece, valutato in 800 milioni, sottolineando come la riapertura dei navigli non debba essere una semplice opera pubblica, da attuare con le tradizionali procedure, ma un vero e proprio investimento utile alla città.
Gli aspetti irrisolti determinano, però, alcune perplessità sulla stessa attendibilità della stima dei costi che manca di alcune voci fondamentali, rischiando di crescere in modo incontrollato, e a cui si deve aggiungere il conto negativo sulle attività che saranno compromesse nella fase del cantiere.
L’investimento necessario per quest’opera, anche considerando una realizzazione per lotti, difficilmente potrà essere ai primi posti nella scala delle priorità delle finanze del Comune, a maggior ragione considerando gli elevati costi legati al funzionamento e alla manutenzione dell’opera, delle sue conche e dei nuovi spazi pubblici lungo le sponde, che non potranno essere ripagati dai ritorni calcolati sul mercato immobiliare privato rivalutato.
È però vero che se la riapertura dei navigli è una grande opera pubblica di livello regionale, la valutazione finanziaria va fatta a livello lombardo, mettendo a bilancio voci quali la produzione di energia elettrica, lo scarico in acque superficiali delle pompe di calore, la navigazione, le concessioni commerciali, le concessioni pubblicitarie e altro ancora. Non saranno risorse sufficienti a ripagare l’opera, ma significativi per coprire una parte degli elevati costi di gestione.

Un altro tema fondamentale è l’individuazione di chi si assumerà l’incarico di guidare il processo di riapertura dei navigli e di gestione della rete, che potrebbe essere affidata a un’apposita agenzia.
Riguardo alla progettazione architettonico/urbanistica, occorre sottolineare che realizzare questo intervento significa intervenire su una fascia di città larga almeno 100 metri lungo il percorso dei navigli, cioè rendere utilità paesaggistica alle due sponde, attrezzandole per il passeggio, la sosta e l’ormeggio, risolvere l’attestazione delle vie sulle nuove rive dei navigli, tenere conto delle attività commerciali che oggi si affacciano sulla cerchia, progettare un sistema di arredo urbano coerente.
Pochi, comunque, sono gli spazi attuali che paesaggisticamente giustificherebbero un recupero, forse solo piazza San Marco, la conca di Viarenna e quella dell’Incoronata.
Importante è non creare l’illusione che riscoprire i navigli significhi riscoprire l’ambiente suggestivo che ci è stato tramandato dalle immagini ottocentesche, perché la città negli anni si è trasformata, cancellando per la gran parte i luoghi storici legati ai navigli.
Come sostiene Alice Ingold nel suo libro Négocier la ville (Parigi, 2003), i milanesi, guardando indietro, vedono la vicenda della chiusura attraverso uno “specchio deformante”. Novant’anni fa, i navigli, non più adatti alla navigazione, rappresentavano un patrimonio pubblico che doveva essere messo a reddito, così come le proprietà immobiliari – private – frontiste suscettibili di un significativo incremento di valore, senza che nessuno si ponesse il problema di rompere la continuità della rete idroviaria lombarda.
All’epoca, i cittadini di Milano non difesero i navigli, la cui immagine simbolica non era percepita, e la possibilità offerta di costruire in fregio alla nuova strada, trasformando giardini e fabbricati commerciali, tacitò definitivamente ogni protesta.
Se è vero che il tema della riapertura dei navigli ha avuto nel referendum un grande successo che continua a distanza di anni, si pone, oggi più che mai, il problema della priorità di questa opera rispetto ad altre delle quali Milano ha grande bisogno e urgenza, considerando che le priorità della città sono piuttosto quelle di intervenire sui navigli oggi ancora in uso, utilizzando in modo virtuoso i vantaggi del recente ripristino della darsena.
Sarebbe quindi opportuno pensare a una revisione progettuale che consideri il requisito della navigabilità come una possibile opzione e non come un requisito vincolante, che pesa moltissimo nel bilancio dei costi e non risponde a una oggettiva utilità, ma che consideri piuttosto la riapertura di piccoli tratti in corrispondenza delle conche, in un’ottica di riequilibrio tra centro e periferia che faccia leva sulla riqualificazione degli spazi pubblici.
Oggi, se vogliamo pensare alla riapertura dei navigli, dobbiamo innanzitutto costruire una nuova visione (veritiera) dei navigli e del futuro paesaggio di Milano in un’ottica non più milanocentrica in grado di mettere in connessione quella rete per la fruizione individuata dal Piano Territoriale d’Area Navigli Lombardi, attraverso un progetto partecipato e condiviso, in una visione propria della città metropolitana.